Panorama

15 giugno 2022 – o dentro o fuori

L’esito del referendum del 12 giugno, con i cinque maldestri quesiti proposti, è stato – ex praenuntientur – fallimentare.

Quattro cittadini aventi diritto al voto su cinque hanno disertato le urne, ancora di più nei Comuni che non avevano in parallelo le Elezioni Amministrative.

Molti analisti hanno addotto quale concausa la scarsa informazione da parte dei media.

Lo contesto

Ormai le modalità per informarci sono tali e tante da ritenere con franchezza che coloro che hanno voluto informarsi possano averlo fatto. Il punto è un altro: era necessario uno sforzo per comprendere e fare uno sforzo comporta fatica.

I quesiti erano tecnici, vero. Però l’idea che il popolo abbandoni i propri diritti/doveri e accetti supinamente il dilagare del totalitarismo mi fa male. Lamentandosi mollemente e fastidiosamente – tra l’altro – per le strade, nei bar, a scuola, negli uffici, sugli spalti, in panetteria, sulle spiagge, in treno, in piscina, ai giardini pubblici, dal barbiere, in auto, al ristorante.

La democrazia al capolinea

Chi ha a cuore la democrazia ha il cuore che sanguina lentamente. Sa con moderato convincimento che nel prossimo decennio cambieranno equilibri e forma di governo, in Italia e in molti paesi del mondo.

Nel 2023 in Italia avremo una donna Presidente del Consiglio, prima donna nella storia repubblicana, con grande soddisfazione di chi da tempo auspica una figura femminile al vertice (Lilli Gruber in testa).

Premesso che chi vota – ad oggi – ha ragione, non penseremo mica che Giorgia Meloni lascerà le cose come stanno, vero? Metterà mano a quanto più potrà per stabilizzare il potere e centralizzarlo. Lo dimostra il terreno che sta battendo a favore del Governo Draghi e dei poteri forti, lo dimostra la sua politica capillare che sta erigendo sul territorio, lo dimostra la sua presenza a fianco dei leaders europei di estrema destra, lo dimostra con i suoi sorrisi e le sue battute brillanti durante le conferenze stampa. Il pubblico intanto si abbevera e pregusta il futuro migliore.

Oggi accade che una forza all’opposizione incide profondamente sulle scelte governative mentre una forza al governo stenta a ritrovarsi. Certamente la fluidità politica di questi ultimi anni non lascia spazio allo stupore però chiedo a Giuseppe Conte ciò che (lo so) si sta chiedendo egli stesso dall’inizio del Governo dei Migliori. Il quesito (non referendario) che molto modestamente gli pongo è questo:

Meglio dentro o fuori?

Dentro: il M5S regge le scelte del governo, anche quelle istantaneamente errate o con impatto negativo a medio-lungo termine, mugugna facendo il gioco delle altre forze politiche, deve continuamente giustificare le proprie azioni.

Fuori: il M5S esce dal governo motivando fermamente e una volta per tutte le proprie azioni, concentra le energie nella ricostituzione dei presidi territoriali, coinvolge nuove forze civiche e rinnova la sua classe politica con l’attività di formazione già avviata.

In una situazione di omogenea rappresentazione la bilancia peserebbe uniformemente verso il fuori.

Ma c’è un ma

Gli attuali ministri, deputati e senatori pentastellati spingono in direzione ostinata e contraria rispetto al loro leader.

Conte ha però un vantaggio: in autunno potrà decidere liberamente.

E allora le foglie ingialliranno e si potrà ricominciare.